Overthinking: cosa succede nella mente e quali strategie aiutano davvero

Ci sono momenti in cui pensare è utile, necessario, persino salvifico. E poi ce ne sono altri in cui il pensiero diventa una gabbia. L’overthinking nasce proprio lì: quando la mente non riesce a fermarsi, quando un’idea si ripete all’infinito, quando ogni possibilità viene analizzata, scomposta, rimessa in discussione. Ancora e ancora.

Chi vive l’overthinking lo sa bene: non è “pensare tanto”, è pensare troppo e senza arrivare a una soluzione. È come avere decine di schede aperte nel browser della mente, tutte attive, tutte rumorose. E nessuna che si chiuda davvero.

Cos’è l’overthinking e perché non è solo “farsi delle paranoie”

Il termine overthinking viene spesso usato con leggerezza, quasi come una battuta. In realtà descrive un processo mentale molto più profondo e faticoso. Significa rimuginare continuamente su eventi passati, decisioni prese (o non prese), conversazioni già avvenute o scenari futuri immaginati nei minimi dettagli.

La mente torna sempre lì:

“Avrei potuto dire altro?”

“E se succedesse questo?”

“Se ho sbagliato?”

Non si tratta di riflessione consapevole, ma di un circolo mentale che si autoalimenta, spesso legato all’ansia, al bisogno di controllo e alla paura di sbagliare. L’overthinking non porta chiarezza, porta stanchezza.

Dal punto di vista emotivo, può generare frustrazione, senso di colpa, insicurezza. Dal punto di vista fisico, spesso si accompagna a mal di testa, tensione muscolare, difficoltà di concentrazione, sonno disturbato.

Cosa succede nella mente quando overpensiamo

Quando una persona è intrappolata nell’arrovellamento del cervello, la mente entra in una modalità di allerta costante. È come se la mente interpretasse ogni pensiero come qualcosa da risolvere immediatamente, anche quando non c’è nulla di concreto da fare.

Il problema non è il pensiero in sé, ma la mancanza di una “uscita”. La mente analizza, valuta, ipotizza, ma non arriva mai a una conclusione definitiva. Questo accade perché l’overthinking è spesso legato al tentativo di prevenire il dolore, l’errore o il giudizio altrui.

Paradossalmente, più si cerca di controllare tutto con il pensiero, più cresce il senso di perdita di controllo.

Overthinking e vita quotidiana: come si manifesta davvero

Nella pratica, l’overthinking non appare come un grande evento, come una fobia, ma come una somma di piccoli momenti che consumano energia:

  • ripensare per ore a una mail inviata
  • analizzare ogni dettaglio di una conversazione
  • immaginare scenari negativi prima ancora che accadano
  • rimandare decisioni per paura di sbagliare
  • sentirsi bloccati anche davanti a scelte semplici

Col tempo, questo meccanismo può portare a una sensazione costante di affaticamento mentale. Anche nei momenti di pausa, la testa non riposa mai davvero.

Perché “smettere di pensare” non funziona

Uno degli errori più comuni è dirsi: “Basta, non ci penso più”.

Purtroppo, la mente non funziona così.

Cercare di scacciare un pensiero spesso lo rende ancora più presente. Il pensiero ossessivo non si combatte con la forza, ma con un cambio di relazione con i propri pensieri.

Il punto non è eliminare il pensiero, ma imparare a non farsi trascinare da lui.

Strategie che aiutano davvero a gestire l’overthinking

Esistono alcune strategie semplici, non miracolose, ma concrete, che possono aiutare a ridurre l’impatto dell’overthinking nella vita quotidiana.

Una delle più efficaci è riportare l’attenzione nel presente. Quando la mente corre avanti o indietro, il corpo può diventare un’ancora. Un respiro più lento, una passeggiata, un gesto ripetitivo e consapevole aiutano a interrompere il flusso automatico dei pensieri.

Anche scrivere può essere utile. Mettere nero su bianco quello che passa per la testa permette di “svuotare” la mente e vedere i pensieri per quello che sono: ipotesi, non verità assolute.

Un altro passaggio importante è imparare a distinguere tra ciò che è sotto il proprio controllo e ciò che non lo è. Il rimuginio mentale si nutre del tentativo di controllare l’incontrollabile. Accettare questa distinzione, anche solo a livello razionale, può ridurre la pressione interna.

Infine, può aiutare cambiare il tipo di domande che ci si pone. Non “perché continuo a pensarci?”, ma “di cosa avrei bisogno adesso per sentirmi un po’ più al sicuro?”.

Quando l’overthinking diventa un segnale da ascoltare

Ci sono momenti in cui il pensare troppo è una risposta temporanea a un periodo stressante. E poi ce ne sono altri in cui diventa una presenza costante, che interferisce con il lavoro, le relazioni, il riposo.

Se i pensieri occupano gran parte della giornata, se impediscono di dormire o di godere dei momenti di pausa, può essere utile non restare soli con tutto questo. Parlare con una persona competente, come la dottoressa Anna Grazia Cerioni, non significa “avere qualcosa che non va”, ma prendersi sul serio.

Chiedere supporto è una forma di cura, non di debolezza.

Imparare a convivere con la mente, non a combatterla

L’overthinking non si elimina una volta per tutte. Ma si può imparare a riconoscerlo, a rallentarlo, a non lasciargli il volante della propria vita.

La mente continuerà a pensare. È il suo lavoro.
La differenza sta nel non credere a ogni pensiero come se fosse una verità assoluta.

A volte, il vero sollievo non arriva quando troviamo la risposta giusta, ma quando smettiamo di cercarla ovunque.