Da quando ha compiuto due anni, tuo figlio sembra intrattabile.
Urla, capricci, pianti inconsolabili. Quando gli proponi qualcosa, dice di no, opponendosi anche alle cose che fino a ieri faceva volentieri.
Ogni mattina è una lotta per vestirsi, ogni sera una battaglia per metterlo a nanna.
Tuo e il tuo partner vi sentite stanchi, impotenti. E vi chiedete se quel che sta accadendo alla vostra famiglia sia normale. Adesso che, finalmente, si era stabilita una routine, che riuscivate a dormire qualche ora filata per notte… pure questo!
Com’è possibile che un bambino che fino a poco tempo fa era dolce, collaborativo e affettuoso si trasformi, all’improvviso, diventando ingestibile?
La risposta, secondo molti, ha un nome: terrible two.
Cosa sono i terrible two ovvero la crisi dei due anni nei bimbi
Terrible two (o Terribili Due in italiano) è un nome ormai divenuto popolare tra i neogenitori, che nei gruppi Facebook e nelle chat, rispondono ai propri “colleghi” allarmati dai comportamenti anomali dei figli che “sono entrati nei terrible two”.
Ma di cosa parliamo esattamente?
Con l’espressione terrible two si indica un periodo, generalmente compreso tra i 18 mesi e i 3 anni, in cui il bambino attraversa una fase di forte cambiamento emotivo e cognitivo.
Fino ai due anni, infatti, il bambino vive una fase fusionale con il genitore.
Non riesce cioè a distinguere tra i propri desideri e quelli di mamma o papà.
A quest’età, invece, il piccolo comincia a sviluppare una consapevolezza di sé, percependosi come individuo separato dai genitori, dotato quindi di una propria volontà, diversa da quella degli adulti che, fino a questo momento, hanno rappresentato il centro del mondo.
E cosa accade allora?
Che il bambino comincia a manifestare ed esercitare questa volontà, sperimentandola attraverso una parolina magica, che agli adulti fa molta paura: “no”.
Perché il bambino di due anni dice sempre “no”
Quel “no” che esce mille volte al giorno dalla bocca di tuo figlio di soli due (o tre anni) non è una sfida alla tua autorità.
Non sono capricci, anche se dal di fuori possono sembrarlo.
Quel “no” è il modo con cui il tuo bambino sperimenta per la prima volta il senso della propria identità e della propria autonomia, segnando un distacco da mamma e/o papà.
Siamo di fronte a una tappa evolutiva importantissima.
Attraverso il rifiuto, infatti, il bambino scopre di poter esercitare un potere sul mondo, di poter dire “io voglio” oppure “io non voglio”.
Sta mettendo alla prova i confini: quelli della realtà, ma anche quelli del genitore, per capire fino a dove può spingersi senza perdere il legame affettivo che lo fa sentire al sicuro.
Nel suo modo ancora primitivo di comunicare, opporsi alle tue richieste è come porti una domanda fondamentale:
“Mi ami anche se non faccio quello che vuoi?”
Quando comprendiamo tutto questo, la crisi dei due anni acquista un significato tutto diverso ai nostri occhi di genitori.
I terribles two, in realtà, non esistono.
Sono soltanto un’etichetta per definire una fase di passaggio che, spesso, sconcerta i genitori ma che è del tutto normale e anzi necessaria nella crescita dei bambini.
Ciò che chiamiamo crisi dei due anni è, in fondo, un momento di crescita reciproca.
Il bambino cresce nel riconoscimento della propria volontà, il genitore cresce nella capacità di accogliere, contenere e guidare senza schiacciare.
È un periodo impegnativo, sì, ma anche un’occasione preziosa per costruire le basi di una relazione più autentica e sicura.
Come affrontare serenamente i terrible two
Affrontare la cosiddetta “crisi dei due anni” può essere estenuante.
I genitori spesso oscillano tra due poli opposti: cedere per sfinimento o irrigidirsi nel tentativo di ristabilire l’ordine.
In realtà, nessuna delle due strategie funziona davvero, perché il bambino in questa fase non ha bisogno di essere né vinto né assecondato, ma riconosciuto.
Come ricordano i terapeuti del Centro di psicologia e psicoterapia Il Filo di Arianna nella pagina dedicata al sostegno alla genitorialità, non esistono manuali o libretti di istruzioni a cui attenersi nel rapporto con il proprio figlio.
“Tutto si apprende sul campo, con l’esperienza, a contatto con il proprio bambino che cresce e cerca in noi una guida”.
Proprio per questo, la fase dei terrible two diventa spesso un banco di prova anche per i genitori.
Non si tratta solo di “gestire” il bambino, ma di imparare a stare nella relazione con lui mentre cambia, riconoscendo le emozioni che emergono da entrambe le parti.
I terapeuti del Centro Il Filo di Arianna sottolineano come, in questi momenti, sia importante concedersi la possibilità di sbagliare, di sentirsi stanchi, di non avere sempre la risposta giusta.
È da questa autenticità che nasce la capacità di ascoltare davvero.
Ecco alcuni suggerimenti che possono aiutare a vivere con maggiore serenità questa fase:
1. Fermati prima di reagire
Quando siete al supermercato o per strada e tuo figlio comincia a urlare o piangere, il tuo primo istinto è andare a nasconderti oppure sgridarlo.
Sono reazioni dettate un po’ dallo sconforto per questo comportamento e un po’ dal fatto che ti senti osservato e giudicato. Gli sguardi degli altri genitori, dei passanti o dei commessi del negozio ti fanno percepire la scena come una piccola sconfitta personale in pubblico.
“Penseranno che non sono un buon genitore”
oppure “Che figuraccia!”
È una sensazione comprensibile: in quei momenti, la vergogna e l’impotenza si intrecciano, e l’unico desiderio è che tutto finisca il prima possibile.
Ma, tuo figlio, in quel momento, non vuole metterti in difficoltà: sta semplicemente vivendo un’emozione troppo grande per poterla gestire da solo.
La fatica, la fame, la frustrazione o la stanchezza possono trasformarsi in un piccolo temporale emotivo — e tu, in quel momento, sei il suo unico riparo.
Quando ti trovi ad affrontare una crisi, può essere utile:
- Fare un passo indietro e respirare, ricordando che quello non è un attacco personale o una battaglia da vincere;
- Abbassarti alla sua altezza, guardarlo negli occhi e dire poche parole calme (“Capisco che sei arrabbiato, ora ti aiuto”).
- Spostarvi in un luogo più tranquillo, se possibile, per permettergli di scaricare la tensione che non riesce a gestire da solo.
- Evitare di alzare la voce: più l’adulto urla, più il bambino percepisce pericolo e si agita.
2. Dai un nome alle emozioni
Quando un bambino di due anni piange disperato o si arrabbia, non sa ancora spiegare a parole ciò che sente.
Nel suo mondo interiore, rabbia, tristezza, paura e frustrazione si mescolano in un’unica sensazione difficile da contenere.
Aiutarlo a dare un nome a ciò che prova significa trasformare il caos in comprensione.
Puoi dire, ad esempio:
“Sei arrabbiato perché non vuoi smettere di giocare.”
“Ti dispiace che la mamma ora debba andare via.”
Nominare le emozioni non le spegne, ma le rende più gestibili.
Quando un bambino si sente compreso, può iniziare ad affidarsi e calmarsi.
3. Fissa dei limiti, ma fallo con dolcezza
Comprendere ciò che sta attraversando tuo figlio, metterti nei suoi panni con empatia, non significa “dargliela vinta” o rinunciare a stabilire regole e confini.
Lui o lei può dire no.
Ma anche i tuoi “no” restano necessari.
Servono a insegnare al tuo bambino che non tutto è possibile. Lui è libero, ma deve rispettare delle regole.
Dire “no” con tono calmo e affettuoso — senza minacce, punizioni o sensi di colpa — comunica al bambino che l’adulto resta stabile anche quando lui perde il controllo.
E questa è la più grande forma di sicurezza che un genitore possa offrire.
Ricorda: è proprio attraverso la stabilità del genitore che si costruisce il legame di attaccamento, quella base emotiva che permette al bambino di esplorare il mondo sentendosi al sicuro.
Quando il legame è saldo, il bambino può permettersi di dire “no”, arrabbiarsi, separarsi e poi tornare: ogni “crisi” diventa così una prova di fiducia reciproca.
Se vuoi saperne di più, ti invitiamo a leggere quest’articolo sul sito www.filodiariannapsicologia.it in cui si approfondisce il legame di attaccamento e i suoi effetti sulle relazioni.
4. Non cercare di essere un genitore perfetto
I terapeuti del Centro Il Filo di Arianna ricordano spesso che la genitorialità è un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, fatto di tentativi, errori e riparazioni.
Essere un “buon genitore” non significa non sbagliare mai, ma saper tornare — ogni volta — nella relazione.
“Ti ho urlato, mi dispiace. Adesso ci abbracciamo e ripartiamo.”
Queste parole, semplici ma autentiche, insegnano più di mille regole: mostrano al bambino che anche l’adulto può sbagliare, ma che l’amore resta intatto.
